top of page

La Bambina inespressa

 

 

Bisogni e desideri non ascoltati e negati.

Raccontandosi si ha la possibilità di ripercorrere con la memoria un percorso fatto, collegando i vari passaggi, rispolverando le prime intenzioni e bisogni.

Facendo questa sorta di “tracciato” temporale ed esperienziale sono andata ancor più in profondità, ho ri-valorizzato l’esperienza vissuta,  si è trasformato e capovolto il senso e l’importanza di alcuni particolari.

È quello che mi sta accadendo adesso che mi sto dedicando alla scrittura di queste pagine.

​

Ho iniziato a far parte di Femmine Difformi per curiosità, per la voglia di condividere parte del mio vissuto con altre donne; alcune erano amiche, altre lo sono diventate.

Il primo incontro trattava del sangue, e il collegamento con il sangue mestruale per molte di noi è stato immediato.

È stato l’inizio di una presa di coscienza di vissuti personali, dal menarca in avanti, che mi avevano portato a vivere il mio essere “femmina” in modo svalorizzante.

Il lavoro espressivo, la condivisione di esperienze simili, mi ha aiutato e mi sta aiutando, ad esempio, a vivere questo periodo mensile con maggiore consapevolezza e naturalità. Ho riscoperto il valore della ciclicità femminile e della ritualità, che mi hanno aiutato a trasformare alcune problematiche fisiche legate a questo periodo del mese.

​

La ricerca è proseguita con gli stereotipi che ho ereditato dalla mia famiglia o che ho captato dal mondo in cui sono immersa.

Sono partita da lontano, dalla donna divisa tra materiale e spirituale. Ho poi sentito la necessità di avvicinare l’immagine di mia nonna materna che non ho conosciuto di persona. Ho vestito i suoi panni di donna contadina, figlia di ignoti e con un ruolo assegnato di “garzona” di casa.

Molto importante in questa fase è stato il “gesto”. Rivedere le sue foto, rivivere le sue posture e sentire dentro di me la sua fierezza che ignoravo fino a quel momento.

​

Il passaggio al personaggio che rappresento nel video è avvenuto durante un incontro intensivo a Lavagna, dedicato alla bambina interiore.

Ho lasciato i panni di mia nonna per riagganciare la mia bambina e subito mi hanno catturato delle foto di me con il grembiule di scuola.

Sono emersi molto vividamente ricordi di me alle scuole elementari, in un ambiente che sentivo ostile e giudicante, con una maestra che stroncava ogni iniziativa personale che uscisse dai suoi rigidi schemi.

Bisogni e desideri non ascoltati e negati. Allo stereotipo ho associato la svalutazione di essere nata “femmina”, il non riconoscimento dell’identità e personalità che un bambino ha diritto di avere. La mia famiglia non ha avuto strumenti per capire e arginare questo disagio.

​

Non avevo idea di come dar corpo a questa bambina, sapevo che avevo bisogno di una sorta di sedia o banco di scuola, di una maestra che mi brontolasse e limitasse in modo esagerato il mio esprimermi.

I ragazzi di Cine sin Autor mi hanno aiutato a mettere in scena il mio vissuto infantile.

A un certo punto è emersa la frustrazione: stavo piangendo, avrei voluto arrabbiarmi di più, gridare o, riprendere ciò che mi spettava. I tempi per le riprese ed il luogo non lo permettevano e ho fatto una sorta di trasformazione, dopo qualche minuto, in un luogo diverso non lontano, con il cuore ancora carico di emozione ed a tratti scosso dalla rabbia.

Ho cercato conforto e ricarica in ciò che sento più vicino, la natura, con l’istinto di ricongiungermi ad essa annusandola, ascoltandola; un mix di emozioni che non sapevo più distinguere piano piano si scioglievano e mi rilassavo.

​

Non posso dire di essermi sentita leggera o carica dopo aver fatto questa sorta di tuffo nella mia bambina, anzi nelle settimane successive le emozioni continuavano a fluire. Ho avuto bisogno di tempo per staccarmi da quei momenti, tutta l’esperienza con Cine sin Autor è stata densa di emozioni, scoperte, scambi.

​

Adesso mentre scrivo mi rendo conto che il senso di tutto quello che abbiamo creato cambia continuamente, anche se alcuni mattoncini sono sedimentati dentro di me. Ad esempio è stato potente concedermi la possibilità di mostrare questa parte di me senza protezione, fragile e ferita.

Ci sono stati momenti in cui ho cercato di tenere nascosta questa bambina sofferente, poi l’ho mostrata e per molti mesi ci ho convissuto identificandomi in lei ovunque fossi. Ormai era emersa non potevo più cancellarla  o far finta di niente. Il grande lavoro è stato quello di non attaccarmici o viverla come un peso.

​

Piano piano la bambina sta trovando un suo posto. Sono consapevole che esiste in me, che talvolta prende forza altre è dormiente. Adesso è anche ferma nelle immagini del video, le ho dato di nuovo voce e nel vivere quotidiano imparo ogni giorno a conoscerla meglio, non si risolvono tutti i conflitti ma si lavorano… con la lentezza che mi contraddistingue.

​

                                                                                                                                                         Elisa Gabbricci

bottom of page